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  Laurea ad honorem a Tonino Guerra, FacoltÓ di Lettere e Filosofia UniversitÓ degli Studi di Urbino, 2004  

Laurea ad honorem | Key Award | Premio Letterario Castelfiorentino | Gabiccino d'oro


Laurea ad honorem: le motivazioni del rettore

Antonio (ora Tonino) Guerra nasce a Santarcangelo di Romagna il 16 marzo 1920. Compiuti gli studi a Forlimpopoli, si iscrive al corso di laurea in Pedagogia della Facoltà di Magistero della nostra Università dove nel 1946, dopo gli anni della guerra e della deportazione in Germania nel campo di lavoro di Troisdorf (qui Guerra comincia a scrivere il suo romagnolo), si laurea nel 1946 con una tesi sul Pascoli. Sono di quegli anni universitari amicizie e incontri importanti: con Michele Provinciali e Mimmo Mezzacappa, con Fabio Cusin, con Carlo Bo che, "togliendolo dall'ombra", come in seguito dirà lo stesso Guerra, detta la prefazione alla sua prima raccolta di poesie in dialetto santarcangiolese, I scarabócc, pubblicata, nel 1946, per i tipi dell'editore Lega di Faenza. Nel "lavoro di Guerra" Bo riconosceva, allora una "volontà di pulizia interiore", un "senso esatto delle cose e delle voci"; e concludeva "Di questi ultimissimi anni il libretto di Guerra è uno di quelli che contano, ha una sua voce ben definita. Si può dire di più per uno che comincia?"
Insegnante per alcuni anni in un avviamento agrario a Savignano sul Rubicone, Guerra precisa, approfondisce e matura la propria voce di poeta in dialetto. Nel '49 pubblica La s-ciuptèda che non passa inosservata al giovane Pasolini che così ne trasmette, a stretto giro di posta, un'emozionata informativa a Gianfranco Contini di stanza in quegli anni a Friburgo: "ho ricevuto questa mattina un libretto di Antonio Guerra (nome che penso non le sia nuovo) La sciuptèda. So che lei non sfugge niente [...], ma vorrei scongiurare anche l'unica possibilità su mille che la schioppettata di guerra non giungesse alle Sue orecchie. [...] Vorrei aver fatto per questi borghi della Bassa friulana quello che Guerra ha fatto per la Contrada. Ed è questo che mi ha spinto a scriverLe, supponendo che procurare al Guerra una sua lettera fosse il miglior ringraziamento per il dono della Contrada". Un'ammirazione che solo qualche anno più tardi si sarebbe distesa e splendidamente motivata nelle pagine da Pasolini dedicate a Guerra nella introduzione alla Poesia dialettale del novecento (Parma, Guanda, 1952).
Del '52 è E lunèri, più tardi confluito, assieme ai precedenti libretti e con l'aggiunta d'un gruppetto di Èultum vérs, nel volume I Bu edito da Rizzoli nel 1972 con introduzione di Gianfranco Contini.
Ma dai primi anni cinquanta la storia di Guerra risulta più difficile da ricostruire e raccontare: come un'esplosione di irriducibile creatività di fantastiche proliferanti storie.
Ma dai primi anni cinquanta la storia di Guerra risulta più difficile da ricostruire e raccontare: come un'esplosione di irriducibile creatività, di fantastiche proliferanti storie.
Sempre nel '52, l'anno di E lunèri, Guerra si fa romanziere, con La storia di Fortunato, accolto da Vittorini - come, del resto, il successivo Dopo i Leoni '56 - nella collana einaudiana dei Gettoni.
Appoggiato da amici, come il pittore Renzo Vespignani o il regista Elio Petri, e per cercare e trovare una propria via di inventore di storie per il cinema, si avventura sulla strada per Roma, dove definitivamente si stabilisce nel 1953. Conosce Aglauco Casadio, per il quale scrive la sceneggiatura di Per un ettaro di cielo, cui altre ne seguiranno: collaborazioni memorabili, sceneggiature - a volerne citare solo alcune dell'interminabile elenco - per Antonioni (L'avventura 1959, La notte 1960, L'eclisse 1962, Deserto rosso 1964, Blow-up 1966, Zabriskie Point 1969), per De Sica, Lattuada, Damiani, per Fellini (Amarcord: 1973, Prova d'orchestra 1984, Ginger e Fred 1985), per Tarkowskij, i fratelli Taviani, Rosi, Bellocchio, Anghelopulos (Lo sguardo di Ulisse 1995, L'eternità e un giorno 1998) momenti intensissimi di una singolare vicenda di un poeta "che si esprime con il cinema", secondo la definizione di Rondi, e che gli fruttano sei nominations all'Oscar e due Oscar per Amarcord; Otto premi "Festival di Cannes" tra i quali 5 palme d'oro; 3 premi Leone d'Oro e Leone d'Argento a Venezia; Grand Prix al Festival Mar del Plata; tre premi Donatello; il Premio Bianchi 1995 per la sceneggiatura; il Premio internazionale della critica Globo d'Oro nel 1996; il premio Cesare nel 1998.
A questa straordinaria energia affabulatoria continua nondimeno ad intrecciarsi il lavoro del prosatore dell’inventore di storie e di apologhi, del romanziere: dal 67 escono L'equilibrio (Bompiani 1967), L'uomo parallelo (Bompiani 1969), le sette storie di Millemosche in collaborazione con Luigi Malerba (Bompiani tra il '69 e il '71), I cento uccelli (Bompiani 1974), Il polverone (Bompiani 1978; ristampato da Maggioli 1992), I guardatori della luna, con presentazione di Italo Calvino (Bompiani 1981), L'aquilone (Maggioli 1982) e La pioggia tiepida (Rusconi 1984); Piove sul diluvio (Capitani 1998).

"Ma la mia ma, / me mi ba, / ma la mi nòna / me mi nòn / e i bisnòn / e ma tòtt quei / ch'i scurèva snò in dialèt" ["A mia madre, / a mio padre, / a mia nonna, / e mio nonno, / ai bisnonni, / e a tutti quelli / che parlano / solo in dialetto"]. Con questa dedica, e quasi in coincidenza con il ritorno alle terre del suo Marecchia, a Santarcangelo e più di recente e stabilmente "tra le dentate rupi di Penna e Billi" - con questa dichiarazione di irriducibile fedeltà a una realtà dolorosamente e gioiosamente iscritta nel suo dialetto, Guerra apre Il Miele, il “poema” che – raccontando in trentasei canti la storia di due vecchi fratelli che, ritornati nel loro paese quasi disabitato (Ch'ilt è ndè chisà duvò: Amèrica, Austraglia, in Brèsoil "Gli altri sono andati chissà dove: America, Australia, in Brasile") si lasciano insieme morire – segna l'inizio della sua nuova maniera di poesia, di splendido e lungo respiro narrativo. Ad esso (pubblicato nel 1981) seguiranno, tutti per le edizioni del riminese Maggioli, La capanna (1985), Il viaggio (1986) – appunto il racconto del ritardato viaggio di nozze di Rico e della Zaira, marito e moglie, da Pretella Guidi al mare (Rico e la Zaira i n'èva mai vèst e' mèr "Rico e la Zaira non avevano mai visto il mare"), lungo il Marecchia rapinato e stravolto dalla violenza delle moderne scavatrici, in un paesaggio ora degradato e scempiatom, ma ripercorso dai due vecchi sposi con "pietà, pudore delicato, pazienza", con "tutte le virtù insomma" - l'ha notato benissimo Dante Isella - "di un mondo ancora umano". Perché, nella poesia di Guerra, "risalire la corrente del tempo" - in questo viaggio che è "anche una paesana discesa all'Ade", un "viaggio verso il mare/morte" - "è un atto di vita, non un debole rifugiarsi nel passato o un narcisistico ripiegamento su se stesso". Del 1988 è Il libro delle chiese abbandonate, dell'89 L'orto di Eliseo, del '90 Il profilo del conte e in tutti - possono qui valere le parole scritte da Roberto Roversi nella sua postfazione alla Capanna – il poeta "passa dalla contemplazione, non lirica ma prorompente (invadente con tenerezza) e spesso struggente fin quasi a prosciugare le cose; passa, dicevo, alla narrazione" e in tutti "la sua memoria (quasi rapace) depone davanti a noi non ombre, non dati; non semplici ombre o semplici dati; ma gli echi ancora vibranti di vite non del tutto passate".
In questa sua dolce e disperata "resistenza" morale affidata alle parole, agli oggetti, ai gesti e alle umili storie della sua terra, nella sua lunga e tuttavia verde operosità, nell'intensità della sua libera voce di poeta (cui a più riprese la critica ha dedicato una ammirata e crescente attenzione: dopo Bo, Pasolini e Contini di lui han scritto - solo per citarne alcuni - De Mauro, Isella, Mengaldo, Stussi, Brevini) ci sono più ragioni, molte più ragioni di quante non siano state qui addotte, perché la nostra Facoltà possa dichiararsi lieta e onorata di annoverare Tonino Guerra tra i suoi dottori honoris causa.

19 marzo 2005

 
 
 
 
 
 
 
 
 
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