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  Pastello, 1998  

I piccoli cavalli di Troia

"Sono sempre stato legato all'immagine. Per un certo periodo della mia vita mi sono fatto tenere compagnia dal desiderio di far vedere delle figure, delle cose e sono ricorso ai pastelli. In seguito mi sono sempre più affezionato a questo mio interesse sapendo di non essere Picasso, consapevole che la mia strada attraversa la decorazione. I miei quadri però vogliono tenere compagnia, sono come degli appunti, dei racconti, delle poesie, sono come delle storie che possono rendere più dolci i muri e possono suggerire delle favole. Sono tanti piccoli cavalli di Troia per entrare nella memoria e nella fantasia di chi guarda."

Tonino Guerra


Gli acquerelli

"Quando ero giovane ho cominciato a fare dei piccoli acquerelli, si trattava di cose molto semplici. Non dimenticherò mai un acquerello che ho rivisto in casa della mia povera sorella, era una carrozza. Si chiamava la carrozza di Fracassi che stava in mezzo alla piazza e accompagnava chi doveva andare alla stazione perché la stazione a Santarcangelo è a un chilometro preciso dalla piazza.
In me comunque sono nate prima le parole anche se ho iniziato a disegnare abbastanza presto.
Poi c'è stata la prigionia e la parola ha preso il sopravvento.
Credo che quello di essere un poeta sia il mio desiderio maggiore.
E nelle cose che faccio mi pare ci sia un pò di quell'impronta."

Tonino Guerra


Il genio figurativo

Anche dopo avervi preso familiarità e divertendosi con l'utilizzo dei veloci pastelli che presto gli restituivano l'immagine pensata, alla pittura ha sempre guardato con distrazione, come fosse un gioco con cui trastullare il desiderio degli amici di ricevere da lui un dono. Ecco: i suoi disegni nascono sempre come regalo, siano essi posti sulla seconda di copertina di un suo libro o su un foglio dotato di propria autonomia. Disegna ma non si considera un pittore, ama farlo ma lo ritiene un suo passatempo personale.
Dovranno passare decenni prima che qualcuno lo convinca ad accettare un'esposizione personale, con le tele dipinte ad acrilico, o con la tecnica dell'affresco, i pastelli, gli acquerelli, e ufficialmente accadrà a Rimini nel dicembre 2001. La mostra, dal titolo da lui attribuito Con la poesia alle spalle, a rafforzare la sua convinzione che lui è sempre un poeta e non accetta di sé la definizione di pittore, allestita da una nota galleria si chiuderà dopo oltre un mese nel gennaio 2002, con grande successo.
In quell'occasione avrà spesso modo di affermare come si pone di fronte alla sua espressione pittorica.

Altri allestimenti che lo vedono protagonista seguiranno nei primi anni del 2000 ma la sua pittura non sarà mai voce solitaria, sarà sempre accompagnata da altre sue creazioni.
Unica eccezione l'installazione I Giganti di Tonino, allestita nel 2005 in occasione del suo 85° compleanno a Cervia, al Magazzino del Sale, in cui i suoi disegni diventano tele di grandi dimensioni, su cui l'artista interviene e agisce rafforzando tratti e colore.
Anche se non va dimenticato che da giovane si era interessato all'attività pratica del dipingere, come acquerellista e come illustratore di novelle e racconti. E anche di brani di storia come appare nel volume Venti secoli di bora sul Carso e sul Golfo. Una narrazione storica del Professore Fabio Cusin, con commento illustrato di Antonio Guerra, Edizione Gabbiano - Trieste del 1952. Ogni illustrazione carica di segni e di immagini, in cui predomina un tono ironico, è sempre accompagnata da un frase o un titolo che accresce le sfumature dissacranti e soprattutto alleggerisce la drammaticità delle vicende storiche e le avvicina alla gente come spiega Cusin nell'introduzione affinché ci si renda consapevoli dell'essenza del mondo attraverso le esperienze della vita quotidiana che vincolano con legami invisibili e potenti al presente e al passato.
E' da ricondurre a quell'amore giovanile l'attività figurativa che riaffiora nella seconda metà degli anni '70 , particolarmente stimolato dalle luminescenze moscovite, con dipinti e pastelli che recuperano l'illustrazione favolistica, che rimandano a una sua considerazione polemica sull'anonimato delle nostre nuove case e sulla nudità delle pareti dei nostri alberghi, che richiamano il bisogno di un calore familiare perduto e l'immagine di una terra depositaria di tradizioni.
Principalmente in questi anni (dal '75 a tutti gli anni '90) realizza pastelli che alternano cicli pittorici ben definiti: le nature morte, coi barattoli, le mele spezzate, i frutti e le trasparenze delle lunghe bottiglie di vetro; le pavoncelle, le anatre e le onde stilizzate del cui sfondo si colorano e tante altre figure zoomorfe; le gabbie appese al filo dell'amore; i pupazzi dai profili imbiancati e le ombre allungate della favola; i cavalli luminosi, i mobili, che lui chiamerà mobilacci pronti a prendere la forma di un albero o di una farfalla, le sacerdotesse dai copricapi a cilindro con lo sguardo rivolto alle pianure d'oriente e in braccio un gallo pennuto, le signore con le ciliegie per orecchini e il cappello a falde smisurate capaci di ospitare il canto di un uccellino, e ancora i musici e i loro alfabeti, che paiono moderni geroglifici e le farfalle, un amore lungo come la vita carico di simbologia.
Sono poesie liquide come la cera che si squaglia, sono versi colorati che giocano tra loro e con l'occhio di chi guarda. Sono parole incise come il graffito sulla terra dell'affresco, tecnica che amerà molto negli anni a seguire, dal 2000 in avanti così come l'acquerello che tornerà ad affrontare con rinvigorita energia.

Rita Giannini


Haiku a pastelli

L'apparente semplicità dei dipinti di Guerra può trarre in inganno lo spettatore, essendo essa un punto di partenza e non un punto di arrivo. Questi dipinti sono metafore figurative, la cui interpretazione va ben al di là dei confini del quadro. Si tratta di immagini di facile lettura, immediate, spontanee, con le quali l'artista ambisce ad un tempo alla semplicità, a comunicare con tutti - senza distinzioni - le proprie sensazioni, ma nelle quali lo spettatore attento può elaborare concetti e significati altri. (…) I dipinti di Guerra, queste "piccole cose" come il poeta li ha definiti con quel tanto di gigioneria che è propria di ogni artista che sia particolarmente legato agli esperimenti diaristici di un'attività a margine rispetto a quella ufficialmente nota, sono come brevi immagini poetiche espresse pittoricamente (…). Ricordano nei loro cromatismi onirici, nella voluta sprecisione del segno pittorico, nella staticità asettica e inquietante dei contenuti le stupefacenti "favole pittoriche" di Morandi e Matisse.
(…) In uno stile grezzo, primitivo, ma non naif, in assenza di prospettive pittoriche, con campiture di colore illusorio quasi scolpito sul foglio o sulla tela, Guerra ha realizzato - forse inconsciamente - i suoi haiku figurativi. (…)

Pier Marco De Santi


C'è un richiamo orientale nella sua materia pittorica, e non solo per il ricordo di un haiku o per i contenuti che rimandano ai giochi cromatici dei paesaggi georgiani e uzbechi, all'astrattismo gioioso dei tappeti caucasici, alla staticità iconografica dell'arte sacra russa, la radice di tutto questo è filosofica, risiede nel suo pensiero. Un pensiero che va "all'uomo orientale che vuole cancellare i desideri, che vuole sciogliersi in un tramonto". Azzerare i bisogni e accogliere le indicazioni di ciò che ci sta intorno. Una saggezza che nasce dal legame con la terra e la natura. Guardando come una nevicata sia capace di imbiancare le colline è per lui come ritrovare l'innocenza primordiale, "è come se quel bianco lo avessi scoperto per la prima volta". Con le sue opere intende suggerire una certa innocenza, anche modesta, perché afferma "non ho voglia di spettacoli grandiosi". Aggiungendo: "Non vorrei mai che i miei lavori nelle case in cui capitano siano più importanti dei muri che li accolgono". Il poeta attraverso queste opere parla sottovoce, "vicino alle orecchie", per inviare piccoli suggerimenti, "quasi il tentativo di una carezza". E sempre in questa ottica filosofica che ha molto di orientale si inserisce la sua tenerezza per l'errore, fino a dire che lui sbaglia molto e ha una grande ammirazione per le costruzioni dell'infanzia e finanche a ricordare spessissimo questa massima di un saggio cinese: "Bisogna fare qualcosa di più della banale perfezione". E qualcosa di più per lui è l'errore!
E' un tema ricorrente quello dell'imperfezione come bene riassume una sua massima, uno dei tanti aforismi che raccontano il suo pensiero e quello che citiamo riguarda il suo modo di concepire l'attrazione, la fascinazione. "In una donna ciò che colpisce sono sempre dei piccoli difetti e comunque ad affascinarci non è mai la sua bellezza totalizzante ma invece è la nuvola di mistero che ha intorno".
Come affascinano i suoi dipinti, dai colori irreali, orientali ma anche moderni da cui ci si sente attratti in sospensione tra elegia e mistero e, come ha scritto De Santi un incanto euforico simile all'estasi di certa musica. Poco importa se ci sono inesattezze prospettiche, fissità o colori irreali, l'occhio è abbagliato e sorpreso perché più i colori sono illusori più solleticano l'immaginazione che sempre tende ad alterare la realtà.


Il colore della poesia

Credo che Tonino Guerra non attribuisca molta importanza i suoi pastelli. Egli li colloca forse in coda alla graduatoria dei tanti prodotti del suo genio creativo (…) ritenendoli respiri di vita segreta (…). Ebbene se è così (e sono convinto che lo sia) Guerra sbaglia di molto, perché questi lavori costituiscono in realtà, la testimonianza chiara e qualitativamente valida della sua ricca sensibilità poetica. Attratto quasi magicamente dall'incanto del colore, egli lo rende valore fondamentale del suo poetare per immagini visive partendo da esso, come suggestione primaria, e ad esso approdando come fine che crea le cose, l'atmosfera, il senso del suo dire. Ed anche quando nelle sue costruzioni sono presenti i segni grafici, questi finiscono per svolgere sempre una funzione sussidiaria dell'elemento cromatico, fungendo da strutture portanti dell’immagine che si sostanzia di colore. Del resto l'idea guida dell'opera è per lo più rappresentata da una cromia: Tonino Guerra inizia infatti il viaggio avventuroso della creazione muovendo da un foglio di carta colorata (…) su cui espande poi una gamma molto ampia di colori primari coniugati con quelli secondari e con le infinite possibilità dei loro prodotti. Nel mezzo di tanto oceano cromatico si inseriscono (quando ci sono) le linee e i segmenti grafici, che finiscono col caricarsi anch'essi percettivamente di umori colorati.

Armando Ginesi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
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